RISVEGLI ANTROPOMORTI
Mi sveglio e mi accorgo di poter essere morto e tornato più volte. Più forte e più curioso di prima.

www.flickr.com
This is a Flickr badge showing public photos from Dronio. Make your own badge here.
IL SAPERE DEL GUSTO
A MARCO NON PIACE : il solletico, chi non ha il coraggio di sognare, la polenta, il cellulare, la gente snob, la religione dei furfanti, viaggiare in autobus, mangiare troppo, doversi lamentare per forza, il credito esaurito, chi ha la verità in mano, fotocopiare, provare vergogna empaticamente, le convenzioni, leggere le istruzioni, pescare, spostare i mobili, cincischiare, rimanere senza olio d'oliva, rompersi le palle a metà di un concerto, chi dice di non dire le bugie, la politica brutta e ignorante, quando i computer fanno PUF, non potersi lavare (per forza maggiore) i denti, le scarpe nuove, l'asma, aprire profili su community, il caffè che scotta, gli occhiali sfumati, la maleducazione, non sapere da dove cominciare, la carne al sangue, l'odore della gente, i ristoranti cinesi che ti s'infilano nelle maglie, psicosomatizzare, sgamare sempre le bugie.

A MARCO PIACE : La sua Scimmia, leggere, scrivere, i roditori, il te', l'odore della neve, ridere a letto, il blackrussian, tagliare l'aglio, l'inchiostro, asciugarsi col phon, pensare, pensare a tempo di musica, ascoltare storie prima di addormentarsi, l'intreccio, mangiare zucche e sgranocchiare crackers, essere operoso, i chupachups all'anguria, la cera, le donne con le palle, la riflessologia, i calzini a righe, viaggiare da solo, le farfalle, scrivere in grande, il bull terrier, chi pensa e parla bene, andare in erboristeria, i capelli rossi, leggere enciclopedie e dizionari, le galatine, i ragazzi bassi, sporcarsi di vernice, la primavera, tenere i pantaloni della tuta a mezzachiappa, NYC, scarabocchiare sul suo quaderno, il curry, i suoi baffi, essere cortese, i muffin!, leccare i cucchiai di legno, l'odore di lavanderia, il succo di mela, temperare le matite, il vino bianco, le gommose a forma di orsetto, vivere vicino alla ferrovia, sentirsi un principe azzurro.
"MI DIA UN PO' DI...
...Siouxsie, ToriAmos, The Strokes, Olivier Deriviere, Parenthetical Girls, Lacuna Coil, Sister of Mercy, Sneaker Pimps, Elvis, Melissa Auf Der Maur, David Bowie, Depeche Mode, The Raveonettes, Craig Armstrong, Kelly Osbourne, Dead Can Dance, Collide, Franco Battiato, Hooverphonic, Frank Sinatra, Soft Cell, Marilyn Manson, Johnny Mathis, Antony, Rufus Wainwright, Apocalyptica, Bel Canto, Meg, le Colonne sonore della Disney, Tiamat, Goldfrapp, Muse, Franz Ferdinand, Lacrimosa, Scissor Sister, Nightwish, The Killers, DeVotchKa, Fall Out Boy, Evanescence, Pulp, Angels of Venice, Portishead, The Gathering, Danny Elfman, Bush, The Long Blondes, Paul Schwartz... e vediamo... forse c'era qualcos'altro, ma adesso proprio non me lo ricordo..."
DALL'ESTERNO
*loading* anime

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
Credits
Template by:


Disclaimer
siete liberi di credermi così come siete liberi di credere in voi stessi. In entrambi i casi: è un azzardo.

postato da melanotelia alle ore 21:06
venerdì, 06 novembre 2009

CHE MI SEPPELLITE SOTTO L'OMBRA DI UN BEL FIOR?

Ho sognato che mi prendevano e che mi portavano sulla cima di una torre capovolta dove i capelli salivano verso il soffitto e il vapore del fiato scendeva lungo il mento entrando nel colletto della camicia e poi su, su fino alla cinta allentata dei pantaloni. In quel posto non c'era tanta aria, non abbastanza per cantare o per ridere a crepapelle. Pur non parlando avvertivo chiaramente che se ci avessi provato non avrei ottenuto molto di più d’un sussurro. Scomparipardule, la mia marionetta di pelo si era nascosta nelle mie mutande. Si stiracchiava ogni tanto stritolato dai pantaloni nuovi da vecchio rocker che avevo addosso. Non gli piaceva la mia pelle liscia. Così si rintanava nell'unico posto dove mi spuntano i peli. Al sicuro, come a nascondino. Tanit invece si stringeva così tanto a me da aderire completamente al mio corpo. Quando ho distolto lo sguardo per osservare meglio la città dalla quale sorgeva la torre mi si è infilata sotto la pelle e là è rimasta, come un tatuaggio brillante, mobile e vigile. Il vaso di terracotta che porta sempre con sé è sulla mia coscia, proprio sotto il mio culo. La coda attorcigliata alla gamba e le pinne aperte sul polpaccio e sul piede. Il suo petto candidamente poggiato al mio fianco e alla mia schiena. Le sue braccia sul mio stesso braccio, protese verso la luce della finestra a ogiva. Sono poggiato sul davanzale. Come un turista arrivato in un paese che non conosce. Eppure questa è ancora la mia Felsina, solo ribaltata come una carta da gioco. Doppia, specchiata, così precisa da non poterla distinguere dalla sua altra metà. Eppure so che tutto fluisce diversamente. Il Pastore ha aspettato che mi voltassi un secondo per strisciare sulle ombre alle mie spalle e infilarmisi in bocca. Ho un triplo ulutato in gola, come un groppo che minaccia di uscire da un momento all'altro. Sono spossato dalla stanchezza accumulata eppure mi guardo intorno dall'alto di una torre che non è la mia e vedo che tutti non sono più al loro posto. I personaggi minori delle mie passate storie, quelli ben definiti e quelli malriusciti, quelli fatti di colori e quelli fatti di buchi d'ombra, quasi tutti... non sono più sul palco delle mie cronache. Alcuni di loro in effetti erano solo comparse ma altri chissà... forse potevano mirare a qualcosa di più. Eppure i blog tacciono, i profili languono, le sale delle danze si svuotano e le luci infine si spengono. Ecco che sciamano le tracce di loro. Eppure noi siamo qui. I vecchi regnanti. Le prime ossidabili generazioni di damerini, documentatori, cicisbei e artigiani delle Corti. Polverosissimamente affascinanti. Dopotutto conosciamo, abbiamo visto. Tutto. Ne' giovani ne' vecchi. Che importa dopotutto se dentro un tuo semplice ghigno nascondi un segreto? Ecco cosa ci rende diversi. Al contrario di chi, diciamocelo, si è sputtanato in prima serata anche l'anima.
Permalink _ _ commenti (1)(popup)
postato da melanotelia alle ore 11:09
mercoledì, 04 novembre 2009

WHERE THE WILD THINGS ARE

Dedicato a tutti gli animali su due piedi della mia vita.

...e non posso che citare questa scena realmente accaduta:

Cate: Davvero ti piacciono i gatti?! pensa che c'è un mio amico che dev'esser troppo stato un gatto nella sua vita precedente..."

Ste: ehhhh... pensa che io lo sono in questa.

:)
Permalink _ _ commenti (popup)
postato da melanotelia alle ore 22:33
giovedì, 22 ottobre 2009

CRIMEN SOLLICITATIONIS

Il Crimen Sollicitationis era una cosa vecchia, sulla quale pensavo di saperne abbastanza, fino a ieri sera. Poi ho visto su Current un documentario che tratta proprio questo argomento. 'Sex crimes and the Vatican' mi ha tenuto lì impalato a ciondolare con la testa incredulo. Davvero non c'è limite ai delitti conclamati, documentati e mai puniti di questa istituzione. Continuano imperterriti dopo anni di guerre, persecuzioni e odio a perpetuare il loro ideale malavitoso. Sono così disturbanti che quasi mi fanno impressione da ascoltare, percepire e contemplare nella mia idea di realtà. Non li accetto. Non perchè contribuiscono sensibilmente a rendere il mondo sempre più inadatto a quelli come me, ma perchè non hanno rispetto della verità e della giustizia. Ma la cosa davvero assurda è che per colpa di un legittimo insegnamento familiare che mi impone di mostrarmi rispettoso verso tutte le forme di credo ho sempre evitato di dire pubblicamente che mi sento superiore a 'loro' in tutto e per tutto. Ma è davvero venuto il momento di arrendersi all'evidenza. Mi sento superiore ai cattolici, mi sento superiore alle loro dinamiche settarie, mi sento superiore agli ormetosi e agli omertanti che fanno vittime ogni giorno. Ma soprattutto mi sento di gran lunga superiore a Joseph Alois Ratzinger. Fine dei giochi. Perchè? Non insulterò nessuno, nemmeno chi se lo merita. Perchè sono superiore.
Permalink _ _ commenti (popup)
postato da melanotelia alle ore 23:32
mercoledì, 14 ottobre 2009

LA SINDONE DI PUNTO, CROCE, PANE E MARMELLATA

Di ritorno dalle vacanze ho trovato la mia vita ricamata da una vecchia e oscura zia. Tessitrice maternale del cambiamento, sposa femminezza della distruzione. Arsi i campi che portano al maggese. Sai che novità. Ogni viaggio porta con sé questo fardello e ogni viaggiatore dovrebbe essere ben consapevole di questa responsabilità. Cambiare vita, sebbene per alcuni giorni, ha operato in modo astrale, fatale, profetico. La penultima notte che ho passato in Sardegna ha eretto i confini del mio monologo fondante e sotto l'aria fredda di quel fiato marino... ho visto. Cosa con chiarezza non lo so nemmeno io. Avevo già al mio fianco i miei nuovi amici e soffiavo fumo bianco su una terrazza qualunque, di una casetta qualunque, di un qualunque paesino in riva al mare. Che per inciso su quell'isola sono molti. Era un'immagine calma. Una di quelle che ti piombano davanti appena provi a immaginare una vacanza, molto prima di cominciare a fantasticare veramente. Un contesto sicuro e terreno. Fatto di sabbia sul cuoio capelluto, sabbia dentro lo stomaco, sabbia sotto le parole. Eppure era un luogo che pur trattenendo il calore del giorno era scivolato in un affogato blu di domande e quiete. Quando è possibile prendersi da parte un secondo, chiedersi le cose con il giusto tatto e ottenere risposte secche ma sincere da se stessi. L'ho fatto. Mentre avevo davanti quel misterioso senso di crocicchio e di frondito sollievo. dopodichè sono rientrato in casa, sono scivolato a letto e ho comunicato le mie decisioni. Ben accorto di chi avevo di fronte, accanto, vicino. Non c'è amore che contenga appieno il senso di vicinanza. Non ne conosco gli appigli, le serrature, gli attributi e le cavità. Ma la vicinanza può colmare prima tutte le cose e poi tutte le più sottili sinuosità del corpo fino a portare ogni parte a contatto con l'altra. Come giocattoli di marzapane che intrappolati nella cera gel rimangono intatti anche dopo anni e anni di trasparente riposo. Basta non lasciare bolle. Ecco perchè parlo. In quella sera sarda di fine estate. Dico quello che devo dire e poi mi addormento con la certezza di quello che ho detto, mi sveglio il giorno dopo che ce l'ho ancora addosso e così il giorno seguente. Mi distendo sul letto prima di partire in modo che il Pastore, Tanit e Scomparipardule mi s'infilino prima in gola e poi dentro. Stretti in uno scomodo spazio angusto ma pur sempre salvi dalla banalità del mondo. E' così che trasporto i miei amici. Dentro. Non suonano i detector dell'aeroporto e Anna mi segue senza fiatare. Non parla più. Non sono nemmeno sicuro che mangi. Non importa. Non sono arrabbiato e non intendo arrabbiarmi. Solo di tanto in tanto accade, dopo un mese di distanza da quei giorni. Quando proprio non sopporto più le asperità insulse del mio quotidiano. Quando mi chiedo "cosa c***o ci sto facendo qui?" e quando gli altri sembrano non aver di meglio da fare che buttarsi da un alto trampolino direttamente su di me. Anna in quei casi ridacchia, ormai di un sarcasmo rassegnato. Io mi fermo un secondo, cerco i miei pegni d'amore e poi sospiro. Aspettando con pacatezza e senza eccessi che compostamente il futuro della mia visione si realizzi. Un po' Virginia Woolf, ma per niente bipolare.
Permalink _ _ commenti (popup)
postato da melanotelia alle ore 23:59
giovedì, 08 ottobre 2009

RICORDI: IL MARE TE NE PRENDE E NON TE NE RITORNA PIÙ (parte II)

Davanti a me, in una spiaggia deserta di sabbia bianca c'è un ristretto circolo di amici colorati. Il sole sta tramontando dietro alle schiene dei monti alle mie spalle. Le ore di passaggio sono il momento migliore per un primo incontro. Anna Senzapalpebre è nascosta nella boscaglia marittima, fitta come una grande spugna spinosa arsa dal sole. Tutto in questa terra  è di un verde ingannatore, brillante alla vista ma aspro e secco al tocco. Le tessere dei mille puzzle che compongono la pelle-guscio di Anna sono graffiati, sbiaditi e spellati in più punti. Lei è una creatura fatta per case infestate, corridoi scolastici che sanno di disinfettante e sudore, autobus notturni sovraffollati di cappotti umidi e colpi di tosse. L'acqua viva, corrente, la spella. Il mare la spaventa e le giornate in spiaggia a mangiare sandwich, bere birra e cuocersi al sole la disgustano. La trascuro. Tanto ritorneranno i tempi della rabbia e del rancore. Il contrario di quello che  sto vivendo ora. Così finisco di raccontare la storia che mi ha condotto in questa terra e aspetto che siano i miei nuovi amici a rivelarsi a me.

Da sotto la sabbia si alza il muso di un grande cane da pastore. La sabbia gli incolla il pelo bruno e nero in larghe ciocche ricciute. Le sue dimensioni comunque inghiottono tutti i dettagli rendendo qualsiasi altra sua caratteristica irrilevante. Su quattro zampe ha un muso che mi arriva allo sterno. Il naso di un grigio petrolio bagnato mi lascia una macchia sulla maglietta. Gli occhi puntati con decisione sono così lucidi che sembrano bottoni. Dopo essersi scrollato di dosso la spiaggia, lasciando una fossa tanto profonda da esser perfetta per un'inumazione, comincia a girarmi attorno inquieto. Passato il primo giro noto qualcosa di strano nella sua ombra. Devo però aspettare il secondo per capire che ha tre teste. La sua ombra ha tre teste. Il Pastore Tricefalo. Ecco chi è, si muove lento e aspetta.

'Lei' invece non ha proprio tempo da perdere. A qualche passo di distanza da me un canale d'acqua dolce le consente di risalire la corrente fino a sedermi vicino. Sguscia fuori da appena un palmo d'acqua come se stesse emergendo da una pozza profondissima. In effetti per qualche attimo sembra proprio non avere profondità, come un riflesso proiettato nell'aria densa della sera. Ha i capelli color delle ossa, della paglia cotta al sole, del sale che pietrifica i cadaveri degli animali marini. La pelle è di una sfumatura appena più gentile, accentuandosi con una punta di pigmenti sanguigni intorno ai lineamenti del viso. Riesce, per merito della luce arancione del tramonto, a sembrare solo pallida e malata. Sempre meglio che morta. Sugli gli zigomi, sulle spalle e su tutte le articolazioni larghe manciate di lentiggini ocra e ciclamino ricavano strani volumi. Il suo è un corpicino snodato e fibroso. Frusta l'acqua con la sua coda bifida da sirena o mostro marino. Ricoperta di squame color ciliegia e pinne rosate così sottili da sembrare veli di gelatina. China il suo volto da preadolescente e lo poggia su un mio ginocchio. Appena trovo il coraggio di carezzarle i capelli sbocciano tra di essi grandi narcisi bianchi. Gli stessi che si stanno chiudendo tra le dune della spiaggia. Non conosco il loro nome. Ma lei mi sussurra il suo. Tanit Cuordicarne. Ecco chi è.

Infine quando ormai mi sento già felice, tanto felice, vedo rotolare sassi tondi di colori e dimensioni differenti nella mia direzione. Saltano sulle piccole rampe di sabbia giocando al motocross, cozzano tra di loro e si radunano. Soffiano scricchiolii finché non formano un cerchio che ci cinge tutti. Io, il Pastore Guardiano delle Soglie e Tanit, la sirena dei tagli sugli scogli e dei coralli sanguinosi. Sulla mia spalla sento qualcosa accarezzarmi il collo. Mi giro ed è un cosino che sembra uscito da un teatrino per bambini. Una marionetta di pelo, che indossa il teschio di un piccolo mammifero non bene identificato come maschera. Dietro di essa vedo solo occhietti neri. Come nera è la peluria ispida che lo fa somigliare a una piccola scimmia. Mi parla.

Parla! ...e mi chiede se ho una Pardula. Un dolce sardo alla ricotta che ho assaggiato per la prima volta la sera prima. Io gli dico di no ma lui me lo chiede ancora. La conversazione non si fa più interessante neanche nella mezz'ora seguente. Il tramonto si esaurisce. Tanit canta la Ballata delle Sabbie Inquiete e il Pastore guarda il mare allungarsi e ritrarsi come un gatto che si stira sulle zampe davanti. La voce di Scomparipardule rimbalza nel buio 'Hai una pardula?!' gracchia del tutto sordo. Io mi alzo, gli accarezzo la testolina, e scendendo insieme a Tanit per il rigagnolo raggiungiamo il bagnasciuga. Lì comincia la camminata al buio fino allo scoglio di Peppino. Un luogo di cui avevo appena letto in un fumetto e che trovo inconsapevolmente. Uno scoglio a caso in tutta la sardegna. Proprio quello lì. Mi bagno i vestiti per scalarlo. Arrivo alla cima e là trovo il coraggio di quello che ho sempre dovuto fare. Scaglio in mare il frammento smeraldo che rappresenta tutti i miei passati ricordi d'amore. Mi chino sullo scoglio asciutto e trovo il Pegno. Un nuovo pezzo da incastrare in quel puzzle che è il mio cuore.

Sembra che combaci perfettamente.
Permalink _ _ commenti (popup)
postato da melanotelia alle ore 07:53
martedì, 22 settembre 2009

RICORDI: IL MARE TE NE PRENDE E NON TE NE RITORNA PIÙ (parte I)

Dall'alto il buio allagava tutto il paesaggio arrivando a colmare perfino l'orizzonte. Non c'era modo di capire dove finisse il cielo e dove invece stesse iniziando la terra. Eccezion fatta per alcune macchie di luce che galleggiavano come isole di circuiti elettrici con viali illuminati arancio whisky puntellati di lampioni turchese egizio. Geroglifici e codici binari intravisti dietro a nubi rade e filamentose. Era come guardare attraverso zucchero filato nero. La luce di sicurezza dell'ala pulsava quando affondavamo nelle nuvole elettrificate. Poco distanti i fulmini si piantavano a terra con delicatezza, scaricandosi e si ritraendosi come dita frettolose e bollenti sulla pelle nera di un amante senza forma. Tutto nero. Abbiamo raggiunto la vostra terra volando e giocando a distinguere le luci riflesse da quelle reali. Leggevamo dal tremolio di quelle riportate sull'acqua quanto fosse increspato il mare. Gli uomini poi hanno acceso la luce sopra le nostre teste. Per un breve attimo, poi ci siamo lanciati di nuovo nel buio, correndo per le strade di montagna che costeggiavano le scogliere senza illuminazione. Io dal sedile di dietro dell'auto mi sono tolto le scarpe, raggomitolato e assopito usando i bagagli e le felpe come cuscini e coperta. C'era fresco, ma appena appena. Ho lasciato che mi portassero qui, dove siamo ora, e che mi dicessero una frase che mi piace tanto sentire. 'Topino svegliati, siamo arrivati." Ed eccoci qua. Dal primo momento in cui ho messo piede in casa ho saputo subito che non potevate essere distanti. Che mi avreste trovato. Che il mio silenzio era solo un attesa. Non bisogna disturbare una storia con altre storie quando la si sta vivendo in modo così vivido. Ho sempre pensato che fosse un rischio troppo grande. Confondere le atmosfere, contaminare i sensi. Perché portare altrove la mente quando si sta vivendo qualcosa di così bello?

Ecco come sono arrivato a voi. Il racconto di come sono giunto qui. Ora, miei nuovi amici, penso che sia venuto il momento delle presentazioni prima che io compia il rito del tributo. Qualcosa di vecchio, per qualcosa di nuovo. Conosco le regole.
Permalink _ _ commenti (popup)
postato da melanotelia alle ore 11:38
sabato, 29 agosto 2009

SOLO O SON DESTO?

Ogni ricorrenza mi spinge a ricordare. Così sfoglio le pagine dei miei diari per scoprire 'a che punto ero' lo stesso giorno di un diverso anno. Il privilegio del raccontarsi. Il dono della documentazione. Posso risalire la corrente per un buon tratto. Raggiungere gli attimi in cui salivo in superficie per prendere una boccata d'amore o ispezionare i fondali limpidi che basta sfiorare appena per vederli sparire in nuvole di torbidità. Più avanzo, in avanti e indietro, più mi sento complesso. Nella pagina però del duemilanove voglio segnare che non siamo soli perchè non lo siamo mai stati. Che i prodigi esistono anche quando li sentiamo distanti. Che la magia opera anche se non la possiamo vedere. Vorrei potermi ricordare questo e tenerlo a mente per l'anno a venire. Insieme a una frase che avevo appuntato sulla prima pagina di un libro di filosofia delle scuole superiori.

"La vita e i sogni sono pagine di uno stesso libro"

                          (A. Schopenhauer)

Quanta evidenza. Quanta semplicità. Ecco cosa ho imparato. La ricerca della semplicità.
Permalink _ _ commenti (4)(popup)
postato da melanotelia alle ore 22:32
martedì, 25 agosto 2009

LONTANO DAL BUIO, LONTANO DAL CUORE

Fortebuio non è mai stata tanto cheta, disperata e mormorante. Il cicalio delle lucciole-led dentro ai lettori barcode sembra quello di un enorme supermercato deserto dove le merci passano sui banchi delle casse senza che nessuno le raccolga. Là dove fino a un mese fa c'era la Corte riunita ora si vedono solo miraggi tra le luci oblique del mattino. Di giorno ha tutto un altro colore. I sogni sono creature notturne, tutt'al più serali. Maggiore è l'intensità del fuoco celeste e minore è la loro rilevanza agli occhi mortali. Così scivolo tra volti difficili da riconoscere, accennando appena sorrisi discreti. Sono in punta di piedi, a fior di labbra, a raso pelo. il trucco è saettare da una parola, una situazione e un passo all'altro senza mai fermarsi. Presto tornerò a lavorare di sera e allora godrò a mio malgrado delle attenzioni di quel mondo invisibile che ormai sono tenuto a temere. Sempre che non trovi in tempo una nuova fonte. Una breccia nella pelle dalla quale estrarre la mia spada. Peccato che per ora scovi solo usb dalle quali alimentare il mio ipod. Qualcosa nella musica sembra sempre parlare di me.
Permalink _ _ commenti (3)(popup)
postato da melanotelia alle ore 10:12
domenica, 23 agosto 2009

LA CORTE DEGLI SMERALDI

Allo scoccare della mezzanotte le nostre risate vengono inspirate dal fiato delle colline buie. Le schiene della terra si gonfiano intorno e sotto di noi. Tutto tace mentre a grandi falcate prendiamo la rincorsa. La pianta dei piedi diventa forte come zoccoletti fessi, caprini, che staccano verso l'alto con un salto. Poi, io e la Piccola Regina Bianca piombiamo in acqua, davanti agli occhi divertiti della Corte degli Smeraldi intenta a cancellare dal ricordo delle cose e delle persone la nostra presenza. Un attimo ancora di quiete e poi mi aggrappo al cielo. Sollevato dalla luce, dal dolce vino e dalle parole che poco prima mi sono state dedicate. Goccia su goccia sedimentano in me con affetto.



'Oscuri lampi e rumori muti

empiono i giorni di Colui-che-fu-Re

subìto lo scacco ora è in cerca di sé

tra selve di dubbi e umori irsuti.



D'intrecci, fate e di mondi creatore,

lingua d'ithildin, sapiente profeta,

voglian le stelle che giunto alla meta

torni di Felsina il Bianco Signore'



Oz. Il mio Generale, a capo delle Guardie, Maestro e Protettore delle Cerimonie.  A te va quel sorriso, che sott'acqua non potrò mai dimenticare.

POOLdoppia
Permalink _ _ commenti (3)(popup)
postato da melanotelia alle ore 11:01
giovedì, 20 agosto 2009

IL CERCHIO SI STRINGE, ALLA GOLA.

Vedo gatti, gatti ovunque. Non più con la coda del mio sguardo distratto ma incorniciati da pezzetti di realtà che ne mutilano le forme complete. Con la tapparella abbassata mi sfilano sul davanzale delle zampette nere intinte nel bianco. Code che si strofinano dietro l'angolo di una parete. Fruscii tra le foglie delle siepi o schiene di pelo fumoso all'ombra dei pneumatici di un auto parcheggiata. Immagini furtive senza occhi. Veri come lo è Anna, che è senza palpebre. Rimane composta, seduta su una pila di libri d'arte in un angolo del mio studio. Dove la luce diretta del sole è bandita per tutta l'estate e il condizionatore soffia sottili fili di venti polari che non hanno sapore. Lontano da Fortebuio, siamo rimasti solo io è lei. Presto verrà il momento di tornare a Corte, ma per ora cerchiamo di goderci il nostro piccolo lutto. Il Mastino di Rosa Canina non c'è più. Era l'ultimo del gruppo nato per assistermi quando negli ultimi mesi dello scorso anno provai la sensazione di allentarmi pezzo per pezzo e cadere in frantumi. Quando davanti allo specchio mi sbriciolavo per colpa delle crepe sottili che mi stavano facendo a pezzi. Ricordo perfettamente il giorno in cui arrivarono tutti loro. Ora non ci sono più. Anna è una rinata. Ha preso vita dal corpo di uno dei defunti. Non ha niente a che vedere con quello che li generò, con la loro funzione. Eppure è l'unico ritaglio di fantasia che mi rimane e questo non è buono, non lo è per niente. Incarna in ogni sua fibra la mia rabbia repressa, il rancore senza voce, la violenza di atti solo immaginati e mai portati a compimento. Per questo vorrebbe sovvertire questo lato del mio carattere. Dare fuoco alla mite tranquillità dei miei sorrisi. Vandalizzare il mio senso del giusto, dell'onore e della civiltà. Difficile dire se queste sue caratteristiche mi siano utili in questo momento. Per ora rimane zitta. Finché io non la prendo per mano, la faccio salire in macchina, e ci spariamo in silenzio per stradine di montagna poco trafficate. Conficco la macchina in un ansa boscosa. Scendiamo e camminiamo con tranquillità fino a quando non troviamo un luogo che pulsa di ricordi. Uno diverso dal solito, ma comunque vivo nella mia raccolta di momenti felici. Il sole traballa sotto le fronde bassissime. Mi tolgo le scarpe, guado trai sassi morbidi ricoperti di fanghiglia, raggiungo la cresta di roccia. Mi ricopro di libellule elettriche, formiche indiscrete e pesciolini lascivi che mi sbocconcellano i piedi a mollo. Inspiro ed espiro tempeste di fumo e butto giù acqua ghiacciata. Questo posto, come tanti altri, sarebbe stato perfetto per la mia metamorfosi. Ma non succederà niente. Sapevo che sarebbe stato difficile mettere insieme gli elementi invisibili perchè si verificasse. Ho fallito, perchè negarlo. Ora dovrò tornare alla Corte e sarà tutto come prima. La Principessa giocherà con me, io sarò il suo giocattolo, il suo plebeo preferito. Le mie paure troveranno il giusto posto tra i bui sipari della mia ormai conclamata quotidianità. Ci sono speranze, ci sono sempre, ma sono lontane. Devo prendere fiato. Trattenere il più possibile il sapore di quest'estate vista da dietro le finestre ghiacciate di una torre piena di conforti, di familiarità, di potere. 'basta socchiudere il cuore' ecco cosa mi dice Anna mentre si tiene ben lontana dalle cascatelle vivaci e dalle pozze placide. 'socchiudilo' sussurra guardando l'acqua con terrore. Vorrei chiederle perchè non parla più in rima. Ma forse non le concedo più la forza di farlo. Non alimento quella rabbia, quel rancore e quel tetro lato di me che sa di poter divorare le sbarre della gabbia in qualsiasi momento. Nemmeno quello che dice ha senso. Non detto da lei almeno. Quindi un po' confuso mi giro sul lato. Avverto il lento scorrere della mattina. Alla fine, quando mi alzo, sento di averlo fatto. Di aver aperto uno spiraglio. Sottile. Sbadiglio mentre mi infilo i calzini sui piedi ancora umidi. Poco più in là, verso valle, un gatto si rotola di schiena all'ombra di un prugnolo.
Permalink _ _ commenti (4)(popup)