RISVEGLI ANTROPOMORTI
Mi sveglio e mi accorgo di poter essere morto e tornato più volte. Più forte e più curioso di prima.

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IL SAPERE DEL GUSTO
A MARCO NON PIACE : il solletico, chi non ha il coraggio di sognare, la polenta, il cellulare, la gente snob, la religione dei furfanti, viaggiare in autobus, mangiare troppo, doversi lamentare per forza, il credito esaurito, chi ha la verità in mano, fotocopiare, provare vergogna empaticamente, le convenzioni, leggere le istruzioni, pescare, spostare i mobili, cincischiare, rimanere senza olio d'oliva, rompersi le palle a metà di un concerto, chi dice di non dire le bugie, la politica brutta e ignorante, quando i computer fanno PUF, non potersi lavare (per forza maggiore) i denti, le scarpe nuove, l'asma, aprire profili su community, il caffè che scotta, gli occhiali sfumati, la maleducazione, non sapere da dove cominciare, la carne al sangue, l'odore della gente, i ristoranti cinesi che ti s'infilano nelle maglie, psicosomatizzare, sgamare sempre le bugie.

A MARCO PIACE : La sua Scimmia, leggere, scrivere, i roditori, il te', l'odore della neve, ridere a letto, il blackrussian, tagliare l'aglio, l'inchiostro, asciugarsi col phon, pensare, pensare a tempo di musica, ascoltare storie prima di addormentarsi, l'intreccio, mangiare zucche e sgranocchiare crackers, essere operoso, i chupachups all'anguria, la cera, le donne con le palle, la riflessologia, i calzini a righe, viaggiare da solo, le farfalle, scrivere in grande, il bull terrier, chi pensa e parla bene, andare in erboristeria, i capelli rossi, leggere enciclopedie e dizionari, le galatine, i ragazzi bassi, sporcarsi di vernice, la primavera, tenere i pantaloni della tuta a mezzachiappa, NYC, scarabocchiare sul suo quaderno, il curry, i suoi baffi, essere cortese, i muffin!, leccare i cucchiai di legno, l'odore di lavanderia, il succo di mela, temperare le matite, il vino bianco, le gommose a forma di orsetto, vivere vicino alla ferrovia, sentirsi un principe azzurro.
"MI DIA UN PO' DI...
...Siouxsie, ToriAmos, The Strokes, Olivier Deriviere, Parenthetical Girls, Lacuna Coil, Sister of Mercy, Sneaker Pimps, Elvis, Melissa Auf Der Maur, David Bowie, Depeche Mode, The Raveonettes, Craig Armstrong, Kelly Osbourne, Dead Can Dance, Collide, Franco Battiato, Hooverphonic, Frank Sinatra, Soft Cell, Marilyn Manson, Johnny Mathis, Antony, Rufus Wainwright, Apocalyptica, Bel Canto, Meg, le Colonne sonore della Disney, Tiamat, Goldfrapp, Muse, Franz Ferdinand, Lacrimosa, Scissor Sister, Nightwish, The Killers, DeVotchKa, Fall Out Boy, Evanescence, Pulp, Angels of Venice, Portishead, The Gathering, Danny Elfman, Bush, The Long Blondes, Paul Schwartz... e vediamo... forse c'era qualcos'altro, ma adesso proprio non me lo ricordo..."
DALL'ESTERNO
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siete liberi di credermi così come siete liberi di credere in voi stessi. In entrambi i casi: è un azzardo.

postato da melanotelia alle ore 17:09
sabato, 04 luglio 2009

LA BALDANZA MORSICÒ LA LUNA (parte II)

La Principessa sorride e insieme sospira in un leggero vibrare di reazioni non umane. "Allora che il racconto continui..." Su queste parole risuonano un grappolo di campanelli. Il tintinnio proviene dal fondo di un corridoio nero. Cade da qualche parte una pila soffice di vestiti pesanti come libri. Dietro a un tendaggio, nel buio, un'altra risata si strozza in un rantolo. La Principessa aspetta che torni il silenzio, poi mi annusa come se fossi un fiore d'arancio e  con i suoi occhi dipinti riprende a raccontare.

"Una notte mia nipote Occhidoro venne avvelenata. Prima del sorgere del sole il creatore del veleno, Talassio, e colei che grazie ad esso aveva attentato alla sua vita, Dama Alcantaria, erano stati imprigionati nel mio lago d'ambra. Ma il veleno era burrascoso e implacabile nel cuore della mia Occhidoro e nessuno dei miei incanti riusciva a trarla in salvo. Stava venendo sopraffatta da una forma di assenza molto simile al Grigio, una sorta di canzone che rendeva sempre più concreto il dogma e l'ineluttabilità della morte. Cose che per noi non hanno quasi senso come tu ben sai. La parola 'FINE' stava venendo posata sul suo gioco. Intollerabile. Così sfiorai con una campanella d'argento la fronte della giovinetta sette volte. Il tintinnio si trasformò in un rintocco solenne, come quelli che a volte si sentono alzarsi dai vecchi cimiteri. Neanche il tempo di sacrificare un poco di succo di gelsomino alla Dea che la mia sala del trono diventò fredda come se tutto il mio forte fosse sprofondato di molte leghe sotto terra. In quel momento, Lui fece la sua entrata dalla porta principale. Il Becchino Miracolatore, Il Mestierante Prodigioso della Morte... si trascinava appresso senza far rumore una borsa da dottore e una cassa da morto legata a una corda infangata. In un battito di ciglia mi fu davanti e con un cenno del capo si chinò sulla dolce Occhidoro sollevandola da terra come un passero ferito. La posò con la stessa cura nella scatola di legno. Così come fanno i bambini umani con i loro animaletti da compagnia. Poi chiuse il coperchio e piantò 49 chiodi per sigillarlo. Fatto questo prese la bara e se ne andò via. Attraversò un'ombra e nessuno lo vide più."

Eccola che fa finta di prendere fiato per spiare le mie reazioni da sotto le sue ciglia da pianta carnivora. Io, in effetti coinvolto dalla sua storia, faccio finta di spazientirmi. Stropiccio la faccia, trattengo il fiato. Le regalo come perle una selezione di reazioni umane e naturali. Lei di risposta continua il racconto portandosi una mano al petto per sottolineare le sue prossime parole.

"Ma... IO... sapevo. Sapevo che la stava portando attraverso tutte le Ombre del Regno alla sua grande cascina in pietra di fiume. Là l'avrebbe preparata come si conviene e seppellita nel suo Orto. Un luogo nel quale solo lui può entrare. Si trova oltre una siepe di tasso intrecciato così stretto da fare un muro vivente quasi del tutto privo di fronde. Come un opera in vimini, piuttosto disordinata, dove qua e là sbucano da sotto la trama i volti di spiriti e chimere. Teste di putto che si lamentano sommessamente a labbra serrate e occhi spalancati, di legno. Oltre quella barriera c'è un lussureggiante orto ricco di fiori e prelibatezze. Frutti della terra ricchi di quei sapori così profondi da stordire anche tutti gli altri sensi. Là, tra pomodori che sanno di sole d'estate, sciabordio del mare e carezze materne... spuntano i capi di chi viene preso in custodia da Beccacenere. Sotterrati fino alla base del collo e poi ricoperti da un sottile velo bianco unto di olio. Corpi addormentati, vivi, sognanti e martoriati da mille mali in via di guarigione. Egli non può guarirli, ma il suo Orto sì. Si racconta che la Panacea, la miracolosa pianta officinale, cresca spontaneamente proprio là. Mascherata da ranuncolo, atteggiata ad anice stellato, o fiorita in nuvole bianche di fiori di sambuco. Vive e Prospera assorbendo parte dei Sogni dei Riposanti, per restituire loro forze e salute. Non c'è condizione che non possa essere sanata dalla 'Cura di tutti i Mali'. Ella li divora con ingordigia strappando dalla carne e dai Sogni dei malati ogni impurità. Chi viene portato in quel luogo sacro potrà rimanere per secoli se necessario ma alla fine vivrà. C'è una sola condizione... il piantachiodi stipula sempre un patto con lo sguardo ogni volta che prende in affido un assistito. Solo colui che l'ha evocato potrà reclamare il corpo una volta guarito. Così c'è chi usa questo miracoloso guaritore non per lo scopo benefico per il quale è nato il suo Sogno ma come Tetro Carceriere dei propi nemici feriti. Destinati a rigenerarsi ma anche a rimanere per l'eternità a riposare senza scampo. Concime per la Panacea. Lontano dalle Corti. Seppelliti nella crescente dimenticanza.

Ma forse ti chiederai che fine ha fatto la mia dolce Occhidoro... ebbene aspetto che sia il momento. Come fai tu dopotutto. Aspetti che venga il giorno della rinascita."
Con queste ultime parole si lascia andare su di me. Non aspetta una risposta. Ogni sua Storia finisce per dire quello che lei pensa di me. Come vive l'attesa del mio ritorno alla vita trai Sogni. In quel momento immagino un'eco lontana provenire da molto oltre i confini di Fortebuio. Un balsamo di tenerezza e conforto, promesse mantenute e segreti surratti in tinte arcobalenate. Penso all'Auryn sul mio petto che entra in risonanza con tutto questo. La Forza di qualcuno che mi dedica le sue cure, i suoi pensieri, il desiderio d'esorcizzare ogni mio dolore. Soffia sui miei centanni di solitudine come si fa con le candele su una torta di compleanno. Immagino un calore al centro del petto che si fa sempre più forte e Deacardia che scatta in piedi come se avesse cavalcato una folata di vento. "Cosa stai facendo?" Sorrido. "Sto bene" le rispondo. "Sono pronto." La Principessa non riesce a capire e si arma di tutta la sua rabbia. "Tutti sono SOLI a Fortebuio. Non accetto che tu porti l'amore del tuo Sognatore qui dentro. Benchè meno che lo manifesti in quel modo indecente." Guarda l'Auryn acceso di luce dorata con brevi occhiate imbarazzate come se stessi esponendo alla sua vista una vistosa e indecente erezione. Io le sorrido e me ne vado.

...

Ecco cosa immagino. Cosa avrei voluto, desiderato e quasi preteso. Invece dopo che la Principessa finisce il suo racconto tutto tace. Mi ritrovo ancora stretto a lei, il tatuaggio fiocamente illuminato da un baluginare stanco. Sfinito dal mio bisogno di sesso, storie, attenzioni e riposo. Come alcune piante mi riscopro essere quasi del tutto definito dai miei bisogni vitali. Fortebuio non è minacciato da me, bensì felice di cullare una qualità rara di solitudine tra le sue braccia di raso pesante e fresco. Non importa a dire il vero di quanto si sia amati o di quanto si desideri l'amore. Piuttosto è centrale all'interno dei miei pensieri l'idea che ci si fa dell'affetto. La forma che si decide di dargli e le regole che devono o non devono regolarlo. Mentre Deacardia recita la parte della fanciulla addormentata io m'interrogo sulla totalitarietà che pretendo dai sentimenti. Consapevole che l'unico modo per accendere l'Auryn è vivere d'impetuose frange d'emozione pura. Le domande affollano i miei Sogni ad occhi aperti. Perchè non arriva mai il momento in cui tutto diventa semplice? Perchè mi è necessaria una tale unicità di cause-effetti per ritrovare la mia identità? Perchè non ho la forza di alzarmi e combattere da solo? Perchè è così tanto quello che chiedo? e soprattutto... perchè mi sento così dannatamente speciale da meritarmelo?

Mi addormento con la luce di stelle amare negli occhi, cercando incerto una mano nel buio.
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postato da melanotelia alle ore 22:01
venerdì, 19 giugno 2009

LA BALDANZA MORSICÒ LA LUNA (parte I)

Mi ha snudato per metà e mi sta divorando, anche se i suoi morsi non lasciano più alcun segno. Tra una fitta di dolore, una di solletico e una terza di languore mi ritrovo a ricordare quando più di nove anni fa mi venne detto: "Ti conviene stare attento. Per noi sei come una torta bianca con le guarnizioni azzurre. Metti alla prova la nostra fame." è naturale quindi che ora io mi trovi in questa situazione. La pelle dei miei due serpenti si solleva in un bozzolo fragrante e dolcissimo come un manto di sottile zucchero filato nero. Lei non separa la sua vista dalle loro spire. Il Suo vestito si è aperto come un sipario, un dipinto non finito che continua a cambiare sotto gli occhi di un artista dubbioso. Pur tenendola tra le mie braccia non riesco a confinarne i bordi in una forma coerente. Deacardia è tanto la sua pelle, quanto il suo vestito, è un oggetto... dopotutto. Ma scaccio subito questo pensiero. Se dovesse solo intuire che io penso qualcosa del genere, per quanto vero, sarei morto prim'ancora d'aprir bocca. Ed ecco che è lei a farlo.

"C'era una volta nel Regno..." Non resisto. "Allora esiste un Regno al di fuori di Fortebuio..." Lei sembra troppo inebriata di dolcezza per alterarsi. L'ho sfinita di ubbidienza fino a qualche istante fa quindi ora la mia maleducazione finisce in secondo piano. " Mio dolce cucciolo candito... dove c'è Sogno, c'è Regno. Non serve nemmeno un ragionamento per poterlo capire... è così e basta. La monarchia non l'hanno inventata gli uomini... il Leone e l'Unicorno lottavano per la sovranità della foresta molto prima che l'uomo potesse intuire l'entità di quel conflitto. Ascolta. Ai Confini nord-est del Regno, in una di quelle piane silenziose abitate da campi fruscianti di grano, solcate da acque scure di rane, ordinate dalla corda dell'uomo che cinge i confini, là dove ogni pugno di terra sembra circondato da un sentierino e i poderi dell'uomo hanno la forma dei quadrati di una tovaglia da picnic... proprio là, non troppo distante da qui, c'è un piccolo straccetto di terra nera. Sembra sia appena uscito da un incendio devastante. Il terriccio è composto da pesanti polveri scure, braci puntinate d'argento e carcasse spezzate che non suggeriscono nulla della loro precedente forma. C'è chi dice d'aver visto anche pietre ancora incandescenti o peggio fessure nella terra da cui si alzavano tiepide nebbie trasparenti, e mortali. Quel luogo circonda una grande cascina in pietra di fiume, solida come una tomba." La Principessa mi tocca il petto in un punto che ormai conosce bene. Prima di continuare la storia gioca vicino ai bordi del mio tatuaggio, lo Splendore, gustando la magia che gli impedisce di toccarlo. Poi senza prendere fiato riprende a raccontare.

"Là vive Beccacenere , Il Piantachiodi. Uno dei Sogni a mio parere più vigorosi di queste terre. Assomiglia a un malfermo airone scolpito nell'avorio, a uno scheletro ripulito dai vermi bianchi di fiume, al guscio intatto di una lucertola essiccata al sole. Uno così ha per forza il destino dell'eremita ed è portato per natura ad essere socievole come il drappellone di un carro funebre. Ed è su questo stereotipo infatti che egli fonda il suo aspetto e la sua forza. Di tanto in tanto qualcuno gli regala un abito rubato a un morto. Puntualmente i capi sono della sua taglia come se il suo destino fosse quello di venir inumato da un momento all'altro. Ma l'ho definito "vigoroso" no? Non a caso direi. E' uno dei Sogni che ha più preservato il suo scopo e la sua forza originale. Infatti è un Curatore di grande conoscenza, per la precisione uno psicopompo rinnegato che ormai da secoli, forse millenni, viene invocato quando le cose si mettono male. Davvero male." Mi guarda e poi si alza mettendo fine al rimbombo del mio cuore sulla sua guancia. Il vestito la segue con appena un attimo di ritardo scivolando sulla sua pelle con un sibilo.

"...e credimi a me è successo, molti anni fa, con mia nipote Occhidoro... ma questa è un'altra storia ancora, Ragazzo-che-un-tempo-fu-Principe... ti stancherai mai delle mie storie?" Le sorrido ben contento di poter dire la verità senza vergognarmene.

"Mai e poi mai, Vostra Maestà, è l'unica cosa di cui sono certo. Mi fate vivere in ogni vostro racconto e se c'è una cosa che ho imparato è che in ogni disgrazia in cui ci possiamo trovare per colpa delle nostre azioni, non c'è Storia che non meriti di essere vissuta."
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postato da melanotelia alle ore 22:31
sabato, 13 giugno 2009

APRI L'ANTA DELLA MIA TENEREZZA

Per quanto sembri insolito per un feticista della parola, a volte non sono proprio bravo a spiegarmi. Non rendo lode alla metà di quello che veramente lo merita nella mia vita. Mi lascio trascinare dai pensieri più tortuosi, dalle digressioni più saporite. Il procedimento forgia parte del mio carattere, alimenta la mia eterna malinconia, dissemina le mie impressioni di dubbi fecondi d'intuizione. M'illudo con la chiusura del sipario diurno di diventare addirittura una persona con idee che contano. Che pesano su quelle degli altri non per la loro rilevanza ma per la forma che scelgo di dare loro. Di solito assomigliano ad allucinazioni slegate dalla mia quotidianità più concreta. Sono in effetti superflue ma al contempo tutto ciò che credo di avere di bello, i propositi per quello che potrei significare. Questo è così identificante, caratterizzante, da occupare gran parte dei miei sfoghi. Pilota le emozioni dietro a grandi metafore e fa percorrere loro grandi distanze. Come quegli alchimisti che nel diciassettesimo secolo scrivevano libri d'anatomia e in essi nascondevano le verità della loro o dell'altrui Opera. Io sono un sospiro tra le righe. Ecco com'è che bisogna prendermi. Però. Però c'è qualcosa che non riesco a spiegare ed è la natura così complessa del mio disegno più alto. L'architettura della mia musica più dissonante e perfetta. E' un segreto incredibilmente fragile per costruire qualcosa di smisuratamente forte.

Non ce la faccio proprio a definire ne' dentro ne' fuori di me cosa mi leghi a Jacopo. Anni fa cominciai a ripetere a tutti "Lui non è il mio Amore, è il mio Destino." Ma ora... nel tempo in cui tutto cambia e noi cresciamo alla svelta sotto gli occhi dei giorni, dei mesi, degli anni mi sembra molto più complesso di così. Ancora da spiegare, dimostrare e rappresentare. Mi prende il panico se penso solo a quanto poco io gli dedichi delle mie capacità. Ma davvero non trovo i giochi di parole, le figure retoriche, il tono, il colore per dare forma a quello che provo aprendo l'anta di un armadio e trovando un post-it minuscolo, con una breve scritta gnomica e l'ancor più piccolo scarabocchio di una testolina di scimmia che mi sorride. Mi rimescola qualcosa a cui non trovo similitudine e ammutolisco. Violenta medicina per la mia logorrea, l'horror vacui esistenziale, la paura che ho di morire e anche quella che ho di vivere. Incappo in piccole cose così ogni giorno da sette anni ormai. Briciole di verità assolute. Continuamente. Sul mio cammino, gettate sul sentiero e quasi dimenticate lì. Con quella naturalezza che fa di una persona non più il proprio amante, ragazzo o compagno di vita, ma una creatura al di fuori d'ogni temporalità. Lo spirito della propria infanzia, che segue paziente ogni passo che fai e ti promette che esiste un senso nel diventare grandi.

Per ogni cosa... anche la più piccola... che possa, quando lo sei diventato, aprire l'anta della nostra eterna tenerezza. L'Arcadia dove tutti siamo bambini per sempre.



Vai allora piccoletto, e torna esattamente così, perché non ho le parole, non le ho e basta, per dirti con esattezza tutto quello che sei.
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postato da melanotelia alle ore 16:01
martedì, 09 giugno 2009

LO SPLENDORE DELL'INFANTA IMPERATRICE

ieri sera ero in piedi a petto nudo davanti al divano.

"Ora guardami perché non mi rivedrai più così, mai più."

Oggi pomeriggio ero in piedi a petto nudo davanti a uno specchio sconosciuto.

"Auryn, lo Splendore. Ora, Marco, fa' ciò che vuoi."
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postato da melanotelia alle ore 08:53
venerdì, 05 giugno 2009

COSA DIRE A CHI TI CHIEDE PERCHE'

"Cercavo la mitologia in carne ed occhi, disseppellendo ossa delle vecchie fiabe e rovistando in mezzo a quelle parole che prima di addormentarsi diventano immagini."
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postato da melanotelia alle ore 19:16
martedì, 02 giugno 2009

PER I SUOI TRE MENDICANTI

"quello che la mente può concepire e credere, lo può raggiungere"

                                             (Antichrist, Lars Von Trier)
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postato da melanotelia alle ore 11:49
venerdì, 29 maggio 2009

MITRIDATISMO REGALE

La pianta dei piedi sprofonda nel limo soffice scaldato dal sole nelle ultime ore del pomeriggio. Avviluppa le dita come se volesse farne un calco o tenermi ancorato a lui. Un bambino che stringe il suo giocattolo lurido e non lo vuole lasciare mai. Ma io mi muovo a piccoli passi, controcorrente, mentre teli sottilissimi si caricano d'acqua diventando pesanti come lembi di monte. Il sole tramonta dietro le cime e la mia testa continua a ronzare puntellata dall'aspettativa di tutte quelle persone che ho trascinato in montagna a fare foto. I risultati cominciano ad accendersi. Lumini deboli. Se fossi più sgombro, meno preoccupato, più disposto a sbagliare e meno competitivo sicuramente farei qualcosa di migliore. Invece il mio polso rimane rigido, come la mia lingua che gratta il palato mentre, a casa, lavoro frenetico sulle foto appena scattate. Ho la gamba che trema quando nel panico chiedo ai miei colleghi di aiutarmi a scegliere gli scatti da inviare alla mostra. Scoppio di stupore. Piacciono un casino. Ma io non mi sento sollevato. Davvero contento, questo sì, ma non sollevato. Raggiungere ciò che desidero in tutti i campi che desidero è una missione ricca di significati per me. Ma la fuga in una forma di moderato eclettismo mi rende la vita più difficile. Non saper scegliere tra un mezzo o l'altro di espressione è quasi una distropia artistica, una catastrofe dell'abbondanza, uno stato di totale confusione. Non mi sento un talento unico. Ma un ricettacolo di talenti in nuce, potenziali, pronti a scattare. Così mentre il mio nuovo lavoro procede e minaccia di prendere pieghe inaspettate io carico i miei colpi per nemici invisibili che potrebbero intrecciare il mio cammino. Sul piede di Madre Guerra e nell'abbraccio di Madre Evoluzione. Strozzato dal serpente del dubbio e denudato da ogni visione personale a proposito di me stesso. Eccomi quindi così scontatamente vulnerabile al colore dei venti e al sapore di tempi. C'è un'unica cosa da fare. Mi somministro consigli per resistere ai consigli. Mitridatismo consolatorio. Come scrissi qualche tempo fa, “MITRIDATE, CONTE! MITRIDATE! Lo sa il governatore di Maracaybo chi è stato il saggio MITRIDATE?!” e mi sembra passata una vita da quando lo feci. La stessa persona, tutt'altro tipo di pensieri.
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postato da melanotelia alle ore 11:40
venerdì, 22 maggio 2009

LA MIETITURA DEI QUADRIFOGLI

Dentro un bicchiere di plastica marrone, dall'interno bianco, dondola mollemente un quadrifoglio reciso che si sta rapidamente rattrappendo come un ragno avvelenato. Le Signore dei Ferri, tra un'imprecazione balcana e  un'altra islamica, mi dicono che di primavera si trovano tantissimi quadrifogli. "Quello qui fuori è un campo fortunato, anche se può sembrare strano" e scoppiano a ridere facendo vibrare labbra dipinte e scintillare impianti d'oro. Mentre lavorano, meduse di vapore fuggono veloci dai loro ferri da stiro per turbinare sui soffitti bassi. Le Fanciulle dei Veli, dagli incarnati di caramello, gli occhi bui e le dita dipinte, trasportano grandi matasse di vesti. Scartano e incartano senza un sospiro, nemmeno un pensiero. Api operaie dagli occhi muti. Si tengono alla larga dalla cerchia interna di Fortebuio, dentro la quale c'è il mio studio e ci sono io.

La Principessa tiene in grembo il piccolo 'modello-3-ann' di un manichino bambino, senza sesso, braccia o gambe. Sembra un tacchino ripieno comprato dal macellaio, Ha una testolina fatta di magia simile a quella di un gatto, eppure dotata di attributi dolorosamente umani. Lei lo allatta da un piccolo accenno di seno dall'aspetto acerbo. Il piccolo gatto-bambino ridacchia durante la poppata rigando la pelle bianca della Principessa con le sue zanne sottili, quasi trasparenti. Il mio Mastino lo guarda con distaccata attenzione. Come se la sua curiosità fosse inappropriata, eppure necessaria, inevitabile. Nel frattempo io e lei parliamo come vecchi amici. In particolare lei conclude un aneddoto e mi canzona con un sospiro argentino. Qualsiasi luce nei suoi toni o nelle sue espressioni ha la mortale lucentezza di uno spillo acuminato. "è davvero divertente..." si lascia sfuggire.

"In questo studio prima di te ci lavorava un giovane umano che è stato portato via dalle guardie in pieno giorno. Propinava merci di malaffare se non sbaglio. Scorciatoie al sogno..." "Spacciava Marijuana, me l'hanno detto appena sono entrato." Butto lì, mentre appunto a una damigella della Principessa una sciapa camicetta Armani. Le cade addosso così floscia da rendere necessario un lungo lavoro di tortura e punture. Desdemona, questo è il nome della povera fanciulla sotto le mie dita, sospira di piacere ad ogni mio tocco. "Dici caro? Gli uomini trovano sempre nuovi nomi per le solite erbe di sempre." Le sorrisi. "Ma non distrarmi con le tue precisazioni. Quel tipo non è importante ai fini della storia. Mi soffermerei invece su quello che veniva prima di lui. Ti assomigliava molto..." Attende una mia reazione che non si fa attendere. Sorpreso mi giro "Mortalmente parlando?" "Naturale caro. Mortalmente parlando. Ebbene aveva una passione bruciante: piegava la carta dandole la forma di ciò che desiderava. Sembra cosa di poco conto spiegata così con le parole ma la si poteva intendere anche come una forma d'arte se la si vedeva in atto..." Trafiggo profondamente Desdemona su quella che per una donna doveva essere la colonna vertebrale. "Gli Origami, dite, Vostra Maestà?" Deacardia mi gela la nuca con uno sguardo. "Tieni a freno quella lingua sapputella pestiferio d'un demonio di carne e fammi finire la mia maledetta storia!" Scatto una foto e sfilo la camicetta dal busto sodo di Desdemona che si inarca come se stessi per fare l'amore con lei. Le pupille scomparse sotto le palpebre. "Chiedo scusa, Vostra Maestà, mi rendete impaziente... vi prego e supplico, continuate." Lei comincia a tamburellare sulla schiena del suo manichino bambino.

"Così sia. Ebbene il Piegatore di Carta creava le creature che desiderava evocare dall'intricata selva dei suoi pensieri. Poi le scomponeva, le riassumeva in parti e ne ricavava le mille pieghe a ritroso che lo riconducevano al foglio bianco che aveva di fronte. In quel momento l'opera era solo meccanica e lui era molto veloce. I Sogni impregnavano i suoi gesti... non ci manifestanno mai a lui, sai? Ma con il crescere della sua febbre di creazione ordinai a qualche medusa di vapore di seguirlo a casa, ben nascoste trai suoi capelli bruni intrisi di visioni. Ne ricavai un racconto interessante." Il piccolo gatto-bambino agita i moncherini e gorgoglia deliziato. Lei se lo strappa di dosso come un parassita tenendolo per la testa e lo getta a terra, dimenticandosene. Mentre si avvicina a me, percorrendo un'inesorabile percorso a spirale, la sua voce scende di volume salendo d'intensità. Si tinge del colore che aveva il sole quando da piccoli si veniva trascinati in macchina alle cinque del mattino per partire, il primo giorno di vacanza. Ancora in parte addormentati, il cielo cambiava velocemente mescolando il blu e l'oro bianco dell'alba. Ecco la sfumatura che hanno i suoi sussurri mentre si avvicina al mio collo.

"Sai cosa mi hanno detto? Che a casa sua, sul suo letto, c'era una creazione incompleta. La sua più grande e stupefacente. Nata da un'unico foglio di carta, grande come un tappeto persiano, eppure incredibilmente complicata. Dotata di snodi e articolazioni, particolari così incredibili da far pensare alla magia. Ma non c'entrano le arti, in questo caso, era solo un capolavoro dell'ingegno. Una fanciulla seduta. Perfetta dalle palpebre alle unghie, dai capezzoli alle trecce, dai denti alle caviglie affusolate. Riesci a immaginare un costrutto di carta bianca così perfetto da far impallidire una delle vostre bamboline fatte di umori acquei, escrementi e cavernosità umidicce?" La sua bocca gioca con la mia pelle d'oca. Ricamando immagini sulla pelle sensibile della mia nuca. Non rispondo nulla.

"La parte che trovo più divertente è quello che venne dopo. Un bel giorno lui non tornò più al lavoro. Io, sebbene il mio potere sia vasto, non potevo mandare spie al di fuori del mio regno senza rischiare che venissero trucidate dalla banalità del mondo. Così usai un piccolo incanto su un'altra tua... collega? è così che si dice? Non importa. Le impartii un'ordine, doveva scoprire cos'era successo e poi riferirmelo. Tornò da me dopo qualche giorno e mi disse che l'uomo era scomparso, ma che in compenso era stata trovata nel suo appartamento una fanciulla umana senza vita... e senza lingua. Non è ironico? sangue dappertutto e nessuna traccia di quel semplice pezzo di carne..." Sospiro rassegnato.  "Fatemi indovinare..." "Sì, mio Caro, era l'unico pezzo che il Piegatore di Carta non era riuscito a creare per la sua compagnia. Ora nessuno sa di loro. Del Creatore e della Creatura. Del Cacciatore di visioni e della sua Biancaneve Insanguinata. L'unica cosa che rimane di lui è un residuo, una eco."

Mi abbraccia da dietro come se mi amasse davvero e quasi il mio cuore si ferma. "Qua e là, qui a Fortebuio, puoi vedere ancora saltellare una ranocchietta, volare un uccellino, dischiudersi un fiore. Tutti di carta. Come i quadrifogli che vi ostinate a scovare nell'aiola qui fuori. Nessuno riesce più a distinguere le sue creazioni della realtà. Ne' i poveri uomini, ne' i miei meravigliosi sudditi... e nemmeno tu, mio Ragazzo-che-un-tempo-fu-Principe... ASCOLTA IL MIO CONSIGLIO... godi di questa ignoranza finchè puoi perchè presto, molto presto, la tua Crisalide si romperà e allora scoprirai fin troppe cose. Più di quante la tua esperienza ti abbia permesso d'immaginare".

I sessanta e più flash di Fortebuio scattano all'unisono e la Principessa scompare lasciando la sua storia dietro di sé.
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postato da melanotelia alle ore 21:26
sabato, 16 maggio 2009

OLD ICICLES

Mentre metto ordine agli episodi che compongono una delle mie serie televisive preferite, la mia vita, mi trovo la bocca piena. Tante sono le parole che vogliono uscirne che trovo ben più saggio, sebbene non salutare, alzare il volume della musica ed espirare lentamente col naso.

"Sotto l’arco del tempo lapidi macchiate

Antichi goblin, e signori della guerra

Escono dalla terra, senza far rumore

L’odore della morte è tutto intorno

E le notti vengono e il vento freddo soffia

A nessuno importa e nessuno sa

Non voglio essere seppellito in un cimitero per animali

Non voglio vivere la mia vita una seconda volta

Seguirò Victor in un posto sacro

Non c’è sogno da cui posso scappare

Molari e zanne e scricchiolio di ossa

Spiriti si lamentano tra le tombe

Quando la notte è giunta e la luna è chiara

Qualcuno piange e qualcosa non va

Non voglio essere seppellito in un cimitero per animali

Non voglio vivere la mia vita una seconda volta

Oh no

La luna è piena, l’aria è calma

Tutto d’un tratto sento un brivido

Victor sta sogghignando, carne marcisce

Scheletri ballano, maledico questo giorno

E nella notte quando i lupi urlano

Ascolta bene e potrai sentirmi gridare."



(Pet Sematary, Ramones, 1989)
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postato da melanotelia alle ore 21:25
venerdì, 08 maggio 2009

TROVA L'INTRUSO

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